Interno 4.
Su per una rampa di scale, la seconda porta a destra.
Tra il ballatoio del secondo piano e la terrazza che da sul cortile delle biciclette (sfondo rosso bolognese) una selva di lenzuola cavi di plastica e biancheria, stendardi postmoderni ad accogliere i viandanti.
Un gatto si struscia sulla grondaia – troncata a metà.
Odore di basilico e marijuana. All’interno libri accovacciati e solidarietà.
 
Entrata di servizio.
Doppi vetri ad ovattare il traffico, soprammobili e centrini, capodimonte.
Sulle scale una donna di colore sfrega il corrimano facendo dondolare il seno ritmicamente.
Carta da parati, luce fioca e polverosa.
Pendolo a scandire il senso del tempo. Antico.
 
Piano terra: contro il muro una scatola piena di oggetti, trasloco in corso.
Il sentimento imbarazzato della novità.
Un telo giallo dai ghirigori indiani copre la porta mancante. Ricreare intimità. I propri spazi.
Un cane goffo che perde ciuffi di pelo. Sorrisi e sedie bianche.
 
Strada laterale, cancelletto arrugginito verde, in fondo al corridoio superato il cortile.
Terzo piano senzascensore. Profumo di soffritto su tutto il pianterreno.
I nomi sul citofono attaccati su un adesivo sono cancellati dalla pioggia.
Famiglie indiane e slavi: quartiere etnico.
La chiave è sotto lo zerbino.
Sono tutti fuori.
 
Appena dopo l’ortofrutta, salire al secondo e suonare "Mareschi".
Il lucernario scolpisce qualche forma perplessa nell’ombra. Polvere densa.
Sul muro un poster dei VelvetUnderground e scritte a uniposca.
Posaceneri gonfi e caffè.
Saluti dalla porta socchiusa del bagno.
Una cartolina da Lima e giornali.
Sul minuscolo terrazzo la spazzatura reclama.
 
 
 
Annunci